Privatizzazione, scorporare da Poste asset rapporti digitali e servizio universale

Durante l’audizione di oggi in Commissione IX della Camera dei Deputati, Movimento Consumatori ha ribadito quanto possa essere inopportuno, in un periodo storico caratterizzato da guerre commerciali e militari, procedere a privatizzare ulteriormente Poste Italiane.

Secondo l’associazione se il Governo intendesse perseguire nell’intento di cedere al mercato un ulteriore 30% della partecipazione in Poste Italiane, sarebbe opportuno “mettere in salvo” la parte di servizio universale prestata dall’azienda e quella coinvolta su diverse strategie nazionali digitali, sottraendole alla quotazione in Borsa. In pratica, scorporare l’attività dedicata al servizio universale e alla strategia nazionale di inclusione digitale fornita nei confronti della Pubblica Amministrazione, separando con chiarezza l’attività di servizio pubblico e strategico da quella commerciale.

“A prescindere che sembra poco serio procedere all’alienazione delle quote di partecipazione del Ministero dell’Economia e delle finanze o di Cassa Depositi e Prestiti, senza attendere il rinnovo del contratto di servizio pubblico universale che è in scadenza il 31.12.2024 - afferma Alessandro Mostaccio, segretario generale di Movimento Consumatori - oggi abbiamo voluto ricordare alla Commissione IX della Camera, che il nostro Paese è nel bel mezzo della transizione digitale. E che tale transizione, che ci sta costando una fortuna, non è priva di rischi, anche geopolitici. Non solo per la privacy ma soprattutto per la sicurezza nazionale di molti servizi (ad esempio, ufficio passaporti, pago PA, servizi anagrafici, ecc). In tale situazione, quindi l’interesse generale del Paese non è recuperare 3 o 4 miliardi dalla cessione di quote pubbliche di azioni al mercato, ma dotare il nostro Paese di una strategia nazionale digitale che ci permetta di lavorare sullo sviluppo dei servizi digitali rendendoli davvero accessibili ai cittadini e sicuri. Questa operazione sarebbe molto meglio farla tramite un’apposita, nuova società pubblica, non quotata in Borsa, a cui destinare l’asset strategico dei rapporti digitali con la PA e il contratto di servizio universale, lasciando Poste Italiane libera di agire nel mercato”.


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